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Notizie - Fatti
Giovedì 09 Novembre 2023 22:22

Reportage dal Donbass

 

A Donetsk e Volnovacha. Il persistere del dramma.


 

    Donetsk (Repubblica Popolare di Donetsk) - Ci sono volute 15 ore di viaggio su un minivan per percorrere i 1.200 km circa che separano Mosca da Donetsk, nella Repubblica Popolare omonima annessa de facto alla Federazione Russa dal 30 settembre 2022. Una possibilità di viaggio obbligatoria da quando l’aeroporto più vicino alla meta, quello di Rostov-na-Donu/Rostov sul Don, è stato chiuso al traffico civile per motivi di sicurezza.

   Ritorno per la terza volta nella città con più di 900mila abitanti stimati, sulle rive del fiume Kal’mius (con sorgente sulle alture del Donec e che, dopo 209 km, sfocia nel mar d’Azov, nei dintorni di Mariupol’) riscontrandovi una percezione d’incertezza meno pesante delle altre occasioni, nonostante gli sporadici attacchi delle forze armate ucraine in apparenza immotivati (a parte il mantenimento d’una pressione punitiva) su obiettivi civili, con vittime, feriti e distruzioni nonostante la contraerea in azione. Attacchi definibili “alla cieca”, semplicemente terroristici, senza che nessun segnale d’allarme preventivo (una sirena o quant’altro) preavvisi la popolazione dell’imminente pericolo. 

   Alloggio ancora, con gli altri due colleghi giornalisti, nell’Hotel “Central”, in ul. Artema 87, abituale punto alberghiero frequentato da operatori dei media internazionali e militari russi a riposo e, appunto per queste presenze, già obiettivo delle artiglierie ucraine dalla linea di fuoco poco lontana. Durante il check-in (non so per quale motivo) mi scansionano ogni facciata del mio passaporto, comprese quelle senza alcun timbro. Nel frattempo, m’informano delle procedure da seguire in caso di bombardamento: niente uso dell’ascensore, utilizzo delle scale e rifugio nel parcheggio interrato.

 

Tribolato diario di Donetsk

 

   Il nostro fixer (da “Treccani”: “Chi aiuta a stabilire contatti; con particolare riferimento a chi è nato o vive in zone di guerra ed aiuta i giornalisti ad entrare in contatto con gli ambienti locali”), cioè il ritrovato reporter del suo canale RangeloniNews su Telegram, Vittorio Nicola Rangeloni, agevola la mia raccolta di documentazione degli effetti delle offensive ucraine a palazzi, hotel, spazi pubblici, mercati, strutture amministrative della Repubblica Popolare negli ultimi mesi.

   Come il palazzone colpito e che, essendo vuoto, non ha recato danni a persone; il tetto d’un hotel squarciato; la pavimentazione pedonale con i resti d’un razzo conficcatosi, nei pressi dello stadio di calcio Donbass Arena (inaugurato il 29 agosto 2009, costato 300 milioni di euro e dai 52.187 posti a sedere) che ospitava fino all’agosto 2014 la squadra Futbol’nyj Klub Šachtar (in ucraino), più semplicemente Šachtar Donec’k (o come da traslitterazione anglosassone Shakhtar Donetsk).  

   Nelle adiacenze dello stadio, nel parco di Lenin Konsomol, s’eleva il monumento ai sovietici Liberatori del Donbass nella Seconda guerra mondiale, inaugurato l’8 maggio 1984. A questo memoriale ne è stato aggiunto un altro, recente, con i busti in bronzo su basamenti marmorei di alcuni “eroi della Repubblica Popolare di Donetsk” caduti in azione od uccisi in attentati. 

   In lontananza, intanto, si sentono i boati provenienti dal fronte.

   Raggiungiamo il mercato accanto alla stazione ferroviaria di Donetsk, dal traffico su rotaia  interrotto da tempo. Una signora c’informa che il giorno prima, lì vicino, un uomo uscito da casa per fumarsi una sigaretta era rimasto vittima dell’esplosione d’un colpo d’artiglieria ucraino. Negozi e strada sono deserti, in un opprimente silenzio. Si vedono un po’ ovunque i segni (bancarelle bruciate, vetri rotti e cozzi da schegge) lasciati da precedenti incursioni. L’autista d’un autobus sul piazzale, fermo in attesa di ripartire, accenna all’estrema difficoltà del suo lavoro, il trasporto di persone in zone a rischio. Suoi colleghi sono deceduti sotto i colpi ucraini mentre erano alla guida.

   Torniamo nelle vicinanze dell’Hotel “Central” dove, qualche giorno prima, un edificio governativo impresenziato era finito nel mirino dell’artiglieria di Kyïv causando un incendio e pesanti lesioni. Una squadra di tecnici ed operai sta mettendo in sicurezza la struttura servendosi anche d’una piattaforma aerea. Il ripristino se non la ricostruzione dalla rovina bellica è una costante dal 2014 per Donetsk. Così come gli acquisiti sensi di fatalismo, d’ineluttabilità, di rassegnazione dei civili, potenziali bersagli a caso di attacchi ucraini, comunque crimini di guerra su cui stanno indagando organi competenti del Donbass.

 

Chiesa romano-cattolica chiusa  

 

   Nel tragitto tra la zona della stazione ferroviaria e l’hotel m’incuriosisce, sulla sinistra della direttrice verso il centro, una chiesa non ortodossa come le tante altre presenti a Donetsk. Chiedo al fixer, il giorno dopo, d’accompagnarmi in quel luogo per un sopralluogo. Si tratta della chiesa romano-cattolica di San Giuseppe, intatta ma chiusa al culto per scarsità di fedeli e per la pericolosità del luogo, con la statua di Cristo a braccia allargate rivolta alla strada e due lapidi con iscrizioni in lingue polacca ed ucraina che ricordano i minatori ed i deportati dall’Alta Slesia, in Polonia, nel territorio dell’ex Unione Sovietica tra il 1945 ed il 1948. L’asfalto davanti è sfregiato dall’impatto d’un ordigno esploso. Di fronte, all’altro lato della via, sorge una chiesa protestante altrettanto sprangata.

 

A Volnovacha , dichiarata “rasa al suolo” da certe fake news

 

   Il prossimo obiettivo giornalistico è Volnovacha, a sud-ovest di Donetsk, insignita da Kyïv del titolo di “Città Eroina dell’Ucraina” assieme ad altre nove città coinvolte nell’“Operazione militare speciale” di Mosca iniziata il 24 febbraio 2022. Caduta in mano russa e filorussa il 12 marzo 2022 dopo aspri eventi bellici avviati già il 25 febbraio 2022, è tuttora soggetta ad episodici bombardamenti. Nel corso dei contrasti avrebbero perso la vita 25 soldati ucraini e più di 50 delle forze armate della Federazione Russa e della Repubblica Popolare di Donetsk.

   Nelle aree centrali dell’abitato visitate non trovo conferma diretta di asserite dichiarazioni riguardanti Volnovacha (“totale distruzione della città”, “completamente cessato d’esistere”, “rasa al suolo” ecc.) diramate a loro tempo da media internazionali e messe nero su bianco anche da fonti social.  Anzi, le foto scattate dimostrano il persistere di vari edifici pubblici e privati ancora intatti, altri certo bombardati e molti sottoposti ad una prima opera di ristrutturazione, poi nuovamente presi di mira negli scorsi giorni ed ancora in una nuova fase di risistemazione. Per assurdo, il lavoro è assicurato chissà fino a quando, nel drammatico ed ostinato tira e molla d’ambo le parti, nel ripetitivo distruggere e ricostruire.

   Permane lo sfacelo di quelli che dovevano essere negozi od attività popolari, distrutti ed incendiati nei momenti della contrapposizione. I loro resti bruciacchiati sembrano gridare disperazione ed impotenza.

 

Il ricordo di Vokha, comandante del Battaglione “Sparta”

 

   Quasi dirimpetto, al margine d’un parco ben tenuto e frequentato da giovani ed anziani seduti tranquillamente sulle panchine, è collocato il busto in bronzo su basamento monumentale in memoria di Vladimir Аrtёmovič Žoga, noto col nome di battaglia Vokha (Slov”jans’k/Slavjansk, 26 maggio 1993 - Volnovacha, 5 marzo 2022), comandante col grado di colonnello del Battaglione “Sparta” (o Battaglione da ricognizione autonomo delle guardie “Sparta”, dal soprannome Divisione Motorola), reparto militare della Repubblica Popolare di Donetsk inquadrato, in seguito all’intervento russo, nelle Forze armate della Federazione Russa come 80° Battaglione da ricognizione.

   Vokha, nel battaglione dal 2 maggio 2014, subentrò al comando dopo l’assassinio in un attentato  (l’esplosione d’una bomba piazzata all’interno dell’ascensore della casa dove abitava) del colonnello Arsen Sergeevič Pavlov, popolare col nome di battaglia Motorola per il suo passato professionale da elettricista (Uchta, 2 febbraio 1983 - Donetsk, 16 ottobre 2016).

   Accusato da certi canali informativi d’essere un “brutale neonazista” e di “crimini di guerra”, Žoga ha perso la vita secondo due versioni: in combattimento contro gli ucraini del 15° Battaglione della 128^ Brigata d’assalto da montagna “Transcarpazia” o mentre si stava adoperando per l’evacuazione di civili.  

   Il capo della Repubblica Popolare di Donetsk, Denis Vladimirovič Pušilin, ha conferito a Vokha il titolo di Eroe della stessa Repubblica Popolare di Donetsk (alla memoria) mentre il presidente della Federazione Russa, Vladimir Vladimirovič Putin, a sua volta, gli ha concesso l’onorificenza di Eroe della Federazione Russa (alla memoria). Il suo posto quale comandante del Battaglione “Sparta” è stato occupato dal padre, colonnello Artëm Vladimirovič Žoga (od Artyom Zhoga), dal nome di battaglia Kolyma.

   Prima d’andarcene da Volnovacha osservo con sbigottimento una coppia di anziani a bordo d’una vettura in sosta: lui con un piede fuori della portiera, lei che guarda fisso davanti, seduti in attesa di non so cosa nella loro auto... crivellata di proiettili…

 

Donetsk ancora nel mirino degli ucraini

Donetsk ancora nel mirino degli ucraini

Parrocchia di San Giuseppe a Donetsk

Volnovacha

Volnovacha

Tomba di Vladimir Аrtёmovič Žoga nel cimitero di Donetsk

Tomba di Arsen Sergeevič Pavlov​​​​​​​ nel cimitero di Donetsk

Ultimo aggiornamento Venerdì 10 Novembre 2023 09:35
 

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