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Notizie - Cronache
Mercoledì 08 Marzo 2023 18:09

Reportage dal Donbass in guerra

 

Tra gli scampati di Soledar
 


Fuori Donetsk


Esterno della struttura ricettiva che ospita evacuati da Soledar

Vitaly

Leonid e Valeria



Indumenti dalla Federazione Russa per gli sfollati


 

   Mattino del 28 gennaio 2023. Uscendo da Donetsk verso Šachtërsk/Shakhtyorsk (in russo, Šachtars’k/Shakhtarsk in ucraino), 57 km ad est, dove il reporter Vittorio Nicola Rangeloni ha voluto portare un fotografo e me per incontrare alcuni scampati alla carneficina di Soledar (località famosa per le sue miniere di sale) e tratti in salvo dal controverso Gruppo “Wagner”, ho rilevato ancora come tutto, ormai, abbia subito una radicale russificazione. Cartelloni pubblicitari ed insegne di negozi, i richiami a caratteri cubitali alla “madre” Rossiya (Russia), tutto in cirillico russo e non ucraino. Il punto di non ritorno, cioè all’impossibilità d’un dietrofront nelle mani adunche di Kyïv, è ormai stato superato, complice anche l’odio innescato da tempo soprattutto nella componente ucraina infervorata ad annullare con qualsiasi mezzo la naturale convivenza storica con quella russa. Palazzi, monumenti e memorie delle epoche zarista e sovietica sono ancora presenti nelle località del Donbass “viste da vicino” mentre non è così nella psicopatica Ucraina zelenskyana, dove hanno già demolito e continuano ad abbattere qualsiasi elemento d’un passato comune che, in ogni caso, fu e rimane.

   Le informazioni del JCCC - Durante il percorso, al numero di cellulare di Vittorio sono pervenuti aggiornamenti sulla situazione bellica emanati in tempo reale dal JCCC (Joint Centre for Control and Coordination on ceasefire and stabilization of the demarcation line, Centro congiunto per il controllo ed il coordinamento sul cessate il fuoco e la stabilizzazione della linea di demarcazione), organismo istituito il 26 settembre 2014, che sarebbe stato composto da ufficiali militari russi ed ucraini e che avrebbe dovuto vigilare sull’applicazione e sulle violazioni degli accordi di Minsk oltre a garantire la sicurezza degli osservatori dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa).

   Un cupo fabbricato per i profughi - Arrivati a Šachtërsk (cittadina già soggetta nel luglio 2014 a pesanti scontri tra militari ucraini e secessionisti filorussi), abbiamo raggiunto il cupo fabbricato sede d’una delle strutture pubbliche che hanno accolto, in attesa d’uno smistamento altrove dopo circa tre giorni, famiglie e singoli profughi da Soledar, contesa strenuamente tra  ucraini e russi (forze armate di Mosca, della Repubblica Popolare di Donetsk e del Gruppo “Wagner”). Per l’esattezza, ČVK “Wagner”, dall’inglese PMC “Wagner”, Private Military Company “Wagner”, cioè Compagnia militare privata “Wagner” dell’oligarca Evgenij Viktorovič Prigožin (Leningrado, 1° giugno 1961), legato a doppio filo con Putin. Rapporti dell’Onu (Organizzazione delle Nazioni Unite) hanno incolpato il Gruppo di crimini di guerra in zone d’intervento internazionali. Dopo l’inizio dell’“operazione speciale” russa in territorio ucraino, il 24 febbraio 2022, il Canada’s Global Affairs, l’Ufficio dell’Interno del Regno Unito, il ministero degli Affari Esteri del Giappone ed il governo dell’Australia hanno sanzionato il “Wagner” mentre il Parlamento Europeo, nel novembre 2022, ha richiesto il suo inserimento nell’elenco delle formazioni terroristiche dell’Unione Europea.

   La caduta in mano russa di Soledar - Dopo ripetuti attacchi e bombardamenti, con il ritiro dei militari ucraini e l’eliminazione delle ultime sacche di resistenza nel centro, Soledar (strategica nell’avanzata verso Bachmut/Bakhmut, l’ex Artemivs’k) è caduta definitivamente in mano russa il 13 gennaio 2023, con un bilancio di morti d’ambo le parti e di civili ancora da quantificare (il ministero della Difesa di Mosca, stando ad agenzie russe, ha menzionato oltre 700 soldati ucraini eliminati solo negli ultimi tre giorni di combattimenti).

   Centri d’accoglienza temporanea - Il capo dell’amministrazione filorussa di Šachtërsk, Alexander Shatov, citato dalla CNN (Cable News Network), aveva reso noto che le forze russe e del Gruppo “Wagner” erano riuscite ad evacuare un centinaio di persone da Soledar in concomitanza con le azioni di presa, fatto affluire nei tre centri d’accoglienza temporanea nella stessa città di Šachtërsk e nel relativo distretto di Gorlovka (in russo, Horlivka in ucraino). Ed è stato, appunto, nella reception d’uno di questi punti d’ospitalità (dove ciascun nucleo familiare ha la sua stanza) che abbiamo potuto ascoltare le drammatiche testimonianze di quanti hanno accettato di farsi riprendere ed intervistare, con la conseguente traduzione dal russo all’italiano svolta per me da Vittorio. Pochi, due uomini, Vitaly e Leonid, una donna, Valeria, moglie del secondo. Sommersi dall’enorme angoscia per quanto hanno vissuto e perso ma con la determinazione a tornare da dove sono stati obbligati ad andarsene. Specialmente Vitaly e Leonid si sono lasciati andare a fatica nei loro racconti, sapendo d’aver ancora parenti ed amici in Ucraina che potrebbero subire ripercussioni se rivelassero qualche  particolare d’interesse militare, ipotizzato a spanne da eventuali terzi spioni.

   Militari ucraini nelle case - Vitaly (56 anni, dall’espressione bonaria a dispetto delle avversità attraversate) ed un’altra persona sono stati gli ultimi ad essere evacuati da Soledar dai militari russi e condotti nelle retrovie. A Šachtërsk era finalmente riuscito a mettersi in contatto con familiari e parenti, tra cui una figlia che aveva raggiunto Kyïv col suo bambino d’un anno. Non ha riferito di maltrattamenti da parte delle forze ucraine. Però, i soldati s’erano piazzati nelle abitazioni, negli appartamenti all’interno di Soledar e da lì sparavano contro i russi che rispondevano al fuoco. Per questo tante case sono state danneggiate o distrutte. Tre giorni prima, quando aveva lasciato la sua cittadina, la casa in cui viveva era ancora in piedi nonostante i bombardamenti d’ambo le parti. Ha detto d’essere un invalido, con condizioni di salute quasi normali. Non è ancora riuscito a pulirsi bene le mani dopo settimane senz’acqua. Ha espresso la sua ferma volontà a far rientro dov’è stato costretto a lasciare tutto. Nel nuovo assetto  territoriale de facto, se sarà necessario, farà richiesta della cittadinanza russa ed andrà avanti.

 

   Undici in uno scantinato - A sua volta  Leonid (54 anni, con sguardo severo, provato) ha parcamente riferito alcuni stralci di sopravvivenza sotto le bombe. Rifugiati in undici in uno scantinato (compresi tre bambini e due anziani ultranovantenni) semicrollato, sono stati bersagliati dai militari ucraini anche durante l’evacuazione e solo grazie ai membri del Gruppo “Wagner”, che si sono prodigati per salvare civili, sono riusciti a lasciare Soledar. Hanno avuto a che fare con loro l’8 gennaio, quando sono entrati nel rifugio. I civili erano diffidenti perché i soldati ucraini, ogni tanto, facevano irruzioni in giro vestiti con uniformi e segni di riconoscimento russi per sondare le reazioni degli abitanti. Pure quando sono apparsi quelli del “Wagner” non si sono fidati subito pensando che fosse l’ennesimo inganno ucraino. Non aveva mai visto così tanto coraggio e così tanta motivazione, con tutte le falsità che diffondono su di loro. Gli sfollati come lui piangono a ripensare a quello che hanno patito alla mercé di ucraini intenzionati solo a distruggere e ad allontanarli con le buone o con le cattive. C’erano mercenari stranieri che parlavano inglese nelle fila ucraine, soprattutto nell’ultima settimana, prima della presa da parte dei russi.   

   Una vittima sepolta in una cassa di munizioni - La moglie Valeria, con voce sommessa ma decisa, è stata un fiume in piena di dolorosi ricordi. Quando lei e gli altri hanno visto per la prima volta alcuni del Gruppo “Wagner” si sono quasi spaventati per il loro aspetto sporco, dimesso, affaticato. Questi hanno impiegato un po’ di tempo a convincere gli scampati a fidarsi spiegando la situazione, gli scontri via per via, casa per casa, la bonifica da ordigni inesplosi ovunque. Negli ultimi giorni non hanno potuto uscire dai loro nascondigli per l’accresciuta intensità dei combattimenti, con bombe di qualsiasi tipo (d’artiglieria, di mortai) che esplodevano vicino e per i cecchini ucraini in agguato costante. Molti civili morivano per le bombe e venivano seppelliti dov’era possibile, nei giardini, negli orti, all’esterno di asili infantili. Non si potevano raggiungere i cimiteri. Una vittima è stata sepolta addirittura in una cassa di munizioni, altre dentro sacchi di plastica, con tombe scavate tra un’apparente pausa di bombardamenti e l’altra, nel continuo pericolo.

 

   Minacce di distruggere l’intera cittadina - Le artiglierie colpivano anche le zone dove venivano distribuiti i generi di sostentamento che riuscivano ad arrivare. Ci sono stati feriti tra la popolazione durante queste consegne. Gli ucraini sparavano con i carri armati, da distanza ravvicinata. Si sentiva lo sparo e dopo pochi secondi la conseguente esplosione. Volevano far andar via i civili ed erano ricorsi alle maniere più drastiche per convincerli. Dicevano che l’intera Soledar sarebbe stata rasa al suolo in caso di sfondamento della linea da parte dei russi. 

 

   Armi termobariche sulle abitazioni - La notte prima d’essere evacuati dal precario riparo nello scantinato tra le macerie (quando Valeria aveva contato addirittura una trentina di esplosioni solo contro il loro palazzo), hanno sparato armi termobariche ai piani soprastanti. Gli alloggi, già con porte e finestre divelte, sono bruciati in fretta senza che nessuno potesse fare qualcosa per tentare di spegnere le fiamme. L’appartamento di Leonid e Valeria è stato cancellato e quando gli uomini del “Wagner” li stavano portando in salvo lei s’è voltata a guardare con disperazione lo sfacelo.  

   Cecchini donne che miravano all’inguine - Valeria, per tutta la vita, ricorderà i giovani del “Wagner” che qualcuno definisce “bestie” o “criminali” ma che, invece, li hanno soccorsi, aiutati benevolmente. Rammenterà alcuni dei loro nomi di battaglia, dell’opera di convincimento degli abitanti più anziani che volevano rimanere a rischio della propria vita. E non dimenticherà nemmeno quanto ha visto, compresi i nove cadaveri del “Wagner” trucidati dai cecchini ucraini che miravano all’inguine. Cecchini donne, addestrate ad accoppare dall’età di 17 anni e che non consentivano nemmeno al “Wagner” di recuperare i commilitoni morti.

   Accusati d’essere separatisti - Quando sono arrivati i russi, per Leonid, Valeria e gli altri nove era finita la paura d’essere feriti od uccisi o, gli uomini, costretti controvoglia a combattere, sotto la durezza dei militari ucraini che non permettevano d’esprimersi in russo e che li accusavano d’essere separatisti perché non avevano voluto lasciare Soledar, dove da maggio dell’anno scorso non c’erano più autorità locali, ambulanze, vigili del fuoco, polizia. Dopo essersi allontanati in colonna, uno dietro l’altro, protetti ai due lati, gli undici scampati sono stati nel comando del “Wagner” per un giorno, prima d’essere trasferiti in luoghi più sicuri. Hanno visto quei soldati infreddoliti, spossati e condiviso con loro quanto a disposizione, bevendo the o caffè ogni mezz’ora. Valeria ha promesso la futura realizzazione d’un “libro della memoria” dedicato ai concittadini deceduti ed ai ragazzi del “Wagner” che li hanno salvati.

   Vestiti dalla Federazione Russa per gli sfollati - La solidarietà russa nei confronti di chi ha perso tutto a Soledar, intanto, ha fatto da contraltare al vuoto di aiuti umanitari dall’obeso e parziale Occidente, salvo casi eccezionali: in un’ampia sala della palazzina d’accoglienza a Šachtërsk vari capi d’abbigliamento provenienti dalla Federazione Russa sono stati messi a disposizione degli sfollati, bisognosi di tutto...

 

Servizio e foto di

 

Claudio Beccalossi

 

Ultimo aggiornamento Giovedì 09 Marzo 2023 18:09
 

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