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Notizie - Curiosità
Giovedì 22 Luglio 2021 10:50

UN EDIFICIO NEOCLASSICO DEL XIX SECOLO


 

IL PALAZZO DEL MOTTO DEI TEMPLARI


Sorto sulla demolizione d’una chiesetta del 1642 – Progettato e costruito dall’ingegnere meccanico

ed architetto Bartolomeo Avesani per farne dimora – Il suo genio riconosciuto e celebrato in vita


Servizio e foto di Claudio Beccalossi


 


 


 


 


 


 


 


Verona – L’ovvio, l’abitudinario che può diventare attrazione, curiosità. Meglio se indicato, stimolato dall’informazione giusta… Infatti, la maggior parte di chi transita davanti alla struttura residenziale ed hôtel acquisito nel 2006 dalla famiglia Saccardi (nota come Palazzo Avesani), in via Carmelitani Scalzi 5, non s’interroga su passato e presente di quella struttura in stile neoclassico. Ed è un vero peccato perché si perdono significativi particolari.

Come la scritta latina che, sulla facciata in alto, riporta al motto dei Cavalieri Templari dell’Ordo Templi e degli odierni Templari Cattolici (www.templarioggi.it): “Non nobis Domine non nobis sed Tuo nomini gloriam fac” oppure “Non nobis Domine non nobis sed nomini Tuo da gloriam” (“Non a noi o Signore non a noi ma al Tuo nome dai gloria”). Il detto è la traduzione dei versetti mediani del Salmo 113 (Antica Vulgata) o dell’incipit del Salmo 115 (secondo la numerazione ebraica) 114 della “Bibbia” e vuole rimarcare la volontà d’edificazione non per ostentare potere e ricchezza ma per onorare la potenza di Dio.

La stessa frase è presente in altre sedi illustri: ad esempio, Ca’ Vendramin Calergi sul Canal Grande, a Venezia, Palazzo Zabarella a Padova, campanile parrocchiale di Santa Barbara a Mestre (Venezia), Palazzo Pes di Villamarina a Tempio Pausania (SS), chiesa Santa Maria delle Grazie a Milano.

Il palazzo dal marchio templare sorse sul sedime della chiesetta di San Jacopo (o San Giacomo) di Galizia (eretta nel 1642 da Giacomo Pellizzari, con annesso ospizio per poveri e pellegrini adattato nel 1739 a ricovero per l’opera pia delle penitenti del soccorso, sconsacrata o demolita nel 1806) venduto all’asta nel 1829 all’ingegnere meccanico nonché architetto Bartolomeo Avesani (1792 – 1846) che progettò e realizzò nel 1840 quella che per pochi anni ancora fu la sua residenza.

Avesani (a cui è stata dedicata una via in zona Basso Acquar) non è un “tale”, come minimizzano alcune fonti su Internet. Attivo professionalmente in piena dominazione austriaca a Verona (durata dal 1815 al 1866) nell’ambito delle strutture militari e delle mura difensive, l’ingegnere meccanico veronese realizzò un modello di macchina a vapore (un esemplare firmato “Bart.eo Avesani Ing.re Meccanico Verona 1837”, lungo 57 cm, largo 35,5 cm, alto 80 cm, in ottone, legno e rame, è conservato nella “Collezione Giuseppe Zamboni – Strumenti antichi di fisica”, presso il liceo classico “Scipione Maffei”). L’in-venzione venne presentata all’Accademia d’Agricoltura, Commercio ed Arti di Verona nell’agosto del 1830. L’istituzione nominò una commissione giudicante formata da emeriti esponenti tra cui Giuseppe Zamboni (abate e fisico, creatore dell’elettromotore perpetuo ed inventore della pila a secco, Arbizzano, Negrar di Valpolicella, Verona, 1° giugno 1776 – Verona, 25 luglio 1846), Antonio Provolo (presbitero, innovatore nell’educazione dei sordomuti, fondatore della Congregazione dei padri e delle suore della Compagnia di Maria, Verona, 17 febbraio 1801 – Verona, 4 novembre 1842), Giovanni Scopoli (figlio di Giovanni Antonio medico e naturalista, direttore generale dapprima della Pubblica Istruzione e poi della Stampa e della Libreria in epoca napoleonica, segretario perpetuo dell’Accademia, Shemnitz, allora Ungheria oggi Slovacchia, 2 agosto 1774 – Verona, 6 maggio 1854).

Nella seduta dell’Accademia del 4 settembre 1830 venne presentato il manoscritto del positivo rapporto di valutazione del marchingegno di Avesani. “Sia lode frattanto al nostro Meccanico – sancì la commissione – (…) Voi però, egregi Accademici, non dovete lasciar senza premio il valore di un Concittadino che vincendo ostacoli d’ogni genere emula i genj dell’operosa Inghilterra. Piacciavi dunque di unire il vostro voto col nostro, decretando 1. Che sia conferita al valente ingegnere una medaglia d’oro della maggior grandezza come premio straordinario. 2. Che sia resa pubblica con accurati disegni la macchina di sua invenzione. 3. Che l’Autore di questa sia nominato socio corrispondente di questa Accademia”.

Oltre alla medaglia d’oro attribuita dall’Accademia veronese per la sua macchina a vapore, Avesani ne guadagnò un’altra dei Premi d’industria nel 1832, a Milano. In ogni caso, queste gratificazioni non furono le sole per l’inventiva dell’ingegnere. Nel 1812 aveva progettato e costruito una macchina in grado d’eseguire nello stesso tempo filatura, doppiatura e torcitura della seta che gli fece aggiudicare anche un’ennesima medaglia d’oro durante l’Esposizione di strumenti dell’industria a Venezia, nel 1816. Quelli erano tempi nei quali la lavorazione ed il commercio della seta erano attività tra le più proficue del Veronese, con Avesani appartenente ad una famiglia proprio di commercianti del particolare prodotto.

 

C’è molto, quindi, che riguarda il palazzo affacciato su via Carmelitani Scalzi: non solo massiccia architettura neoclassica e rispettosi riferimenti templari ma pure l’insigne memoria d’un acume riconosciuto e celebrato, una volta tanto, non… post mortem


 

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