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Alta Corte, il convitato di pietra è il governo PDF Stampa E-mail
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Notizie - Colonnisti
Venerdì 20 Marzo 2026 19:42


Tra crociate morali e paure ideologiche, i numeri raccontano un’altra verità: l’esecutivo non c’è

di Mimmo Leonetti

Siamo davvero ancora liberi di opporci al pensiero dominante? La domanda aleggia come un fastidio nei salotti ben pettinati della morale pubblica, dove il dissenso è tollerato finché resta decorativo. Poi, quando prende la parola — magari dalla bocca di un magistrato — diventa improvvisamente “inaccettabile”.

Eppure, proprio quei magistrati che oggi vengono guardati con sospetto sono gli stessi che, per mestiere, accusano e giudicano sulla base dei fatti, non delle suggestioni. Un dettaglio non secondario, che nella furia della crociata morale del “No” sembra essersi perso per strada.

Vale allora la pena tornare alla nuda architettura delle cose, che spesso è meno ideologica di chi la racconta.

L’Alta Corte è composta da quindici giudici. Tre nominati dal Presidente della Repubblica — figura di garanzia, non certo longa manus del governo — scelti tra accademici e avvocati con comprovata esperienza. Altri tre vengono sì da una lista parlamentare, ma la selezione finale avviene per sorteggio: un meccanismo che, per definizione, spegne sul nascere ogni tentazione di regia politica.

E poi ci sono i nove magistrati: sei giudicanti e tre requirenti. Anche loro estratti a sorte tra pari, con almeno vent’anni di carriera e competenze di legittimità. Nessuna telefonata, nessuna investitura, nessun suggeritore dietro le quinte.

A questo punto, la domanda diventa inevitabile: dov’è il governo?

Non nel Presidente della Repubblica, che per Costituzione è altro.
Non nel Parlamento, che è potere legislativo e non esecutivo.
Non nel sorteggio, che è il contrario stesso della discrezionalità.
Non nei magistrati, che si scelgono tra loro senza intermediari.

Il governo, semplicemente, non c’è. Non compare. Non entra. Non sfiora nemmeno il meccanismo. E allora viene il sospetto che il problema non sia la riforma, ma l’idea — assai meno confessabile — che qualcuno possa dissentire senza chiedere permesso.

Perché il bene più prezioso, quello che si cita nei convegni e si dimentica nelle polemiche, resta la libertà: concreta, quotidiana, esercitata nel pensiero e nella parola. La libertà di dire sì, ma anche — e soprattutto — di dire no.

Lo aveva capito già Alexis de Tocqueville, osservando con lucidità chirurgica le democrazie moderne: un tempo i tiranni colpivano i corpi, oggi si preferisce lavorare sulle menti. È più elegante, meno rumoroso, e soprattutto più efficace.

Il rischio, allora, non è l’Alta Corte. È l’alta convinzione di avere sempre ragione. E quando questa prende il sopravvento, il dissenso non si confuta: si squalifica.

E così, in nome della libertà, si finisce — con ammirevole coerenza — per farle la guerra.

 
 

 

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