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Notizie - Opinioni
Domenica 02 Gennaio 2022 20:53
 

 

La realtà fasulla di Trump e i pericoli alla democrazia americana

Il presidente Barack Obama è nato negli Stati Uniti. Punto e basta”. Così Donald Trump nel mese di settembre del 2016 dopo una campagna di più di cinque anni nella quale metteva in dubbio la cittadinanza dell'allora inquilino alla Casa Bianca. Obama era stato costretto a rilasciare il suo certificato di nascita dopo le insistenze di Trump e la campagna che cercava di mettere in dubbio la legittimità del primo presidente afro-americano. L'allora candidato repubblicano che sarebbe due mesi dopo stato eletto il successore di Obama era però riuscito con insinuazioni basate sul nulla a creare un'altra realtà, costringendo il presidente degli Stati Uniti ad agire per mettere a tacere le chiacchiere. Il problema però rimase. Persino dopo il rilascio del certificato di nascita e l'accettazione di Trump la macchia rimase e per non pochi sostenitori del tycoon Obama si congelò come illegittimo.

Fabbricare una realtà è la specializzazione di Trump. Ha fatto la stessa cosa con il risultato dell'elezione del 2020, asserendo l'esistenza di frode elettorale che gli ha rubato la vittoria. I fatti però indicano che lui non risiede più alla Casa Bianca dove l'attuale inquilino è Joe Biden. Poco importa. Il 45esimo presidente continua con la fabbricazione della realtà che ha usato come perno per giustificarsi che non ha perso, che non è un perdente, ma tutto semplicemente, è stato vittima di un furto.

Trump si è sempre dichiarato intelligentissimo. Come mai si è lasciato derubare considerando che da presidente in carica durante l'elezione aveva sommi poteri? Trump ha usato questi poteri per tentare, ma senza successo, di ribaltare l'esito elettorale. Forse non è dopotutto tanto intelligente oppure ha veramente perso. La seconda opzione è quella vera come ha spiegato in modo semplice e netto l'attuale presidente. Biden ha puntualizzato che nella stessa scheda elettorale di parecchi Stati in bilico persi da Trump molti altri candidati repubblicani come governatori, senatori, parlamentari, hanno infatti vinto. Solo il candidato presidenziale repubblicano ha perso. Solo per il candidato repubblicano presidenziale c'è stata la frode, dunque, mentre per gli altri che hanno vinto tutto è andato liscio. E nei casi in cui nella stessa scheda elettorale dove alcuni repubblicani hanno perso alcune contese, nessuno ha gridato frode. Lo Stato della Georgia è un ottimo esempio. I candidati repubblicani per governatore, vice governatore e procuratore generale hanno vinto mentre la vittoria per i due senatori è andata ai democratici. Nessuna frode elettorale è stata menzionata e i candidati perdenti al Senato hanno accettato la loro sconfitta. Solo Trump ha fatto il contrario. E ovviamente per Trump, nessuna frode è stata menzionata negli Stati dove lui ha vinto.

La realtà fasulla di Trump però gli è stata utilissima non solo per non ammettere che ha perso ma anche dal punto di vista di potere. Subito dopo gli assalti al Campidoglio sembrava che i leader del suo partito lo avessero abbandonato, considerandolo responsabile di avere incitato i riottosi a violare la costituzione con il tentato blocco della certificazione dell'elezione presidenziale. Mitch McConnell, l'allora presidente del Senato, Kevin McCarthy, leader della minoranza alla Camera, ed altri esponenti di spicco del Partito Repubblicano avevano criticato aspramente Trump. Pochi mesi dopo però hanno cambiato rotta e alla recente commemorazione degli assalti al Campidoglio tutti si sono assentati. Gli unici repubblicani presenti al discorso di Biden sono stati Liz Cheney, parlamentare del Wyoming, e suo padre Dick, già vicepresidente durante l'amministrazione di George W. Bush figlio (2001-2009). Tutti gli altri parlamentari e senatori le cui vite furono messe in pericolo negli assalti l'anno scorso hanno dimenticato, seguendo la linea fasulla di Trump.

La falsa realtà dell'ex presidente che i riottosi erano patrioti è stata abbracciata dal Partito Repubblicano, sempre padrone del 45esimo presidente. In parte ciò si deve alla paura inculcata da Trump poiché i politici che “sgarrano” dovrebbero subire primarie difficilissime costretti ad affrontare avversari con l'endorsement dell'ex inquilino della Casa Bianca. Si tratterebbe, in termini pratici, di suicidio politico. Pochissimi coraggiosi sono pronti a sfidare l'ira di Trump. Liz Cheney appare l'unica ad avere il coraggio di farlo. La stragrande maggioranza ha abdicato le loro responsabilità per non incorrere nell'ira del capo e la probabile perdita del loro seggio. Ne sa qualcosa anche il senatore Mike Rounds, repubblicano del South Dakota, il quale ha recentemente chiarito in un'intervista alla Abc che l'elezione del 2020 è stata completamente legittima. Per la sua onesta ammissione, Trump lo ha immediatamente etichettato di essere un “cretino” e un “Rino” (repubblicano solo di nome) che non riceverà mai più il suo endorsement. Rounds ha poco da preoccuparsi poiché non dovrà ricandidarsi fino al 2026. Non sorprenderebbe affatto se le minacce dei fan dell'ex presidente gli piombassero addosso come è successo a quei pochissimi che hanno avuto la temerarietà di contraddire l'ex presidente. Difficile capire come i membri del Partito Repubblicano continuino a tollerare una condotta simile del loro capo.

La “big lie” della frode che gli ha rubato la vittoria è stata anche monetizzata. Il Super Pac di Donald Trump Save America ha raccolto più di 100 milioni di dollari, il 75 dei quali può essere usato come crede il tycoon. I contributi vengono richiesti per proteggere la democrazia in America con lo slogan Stop-the-Steal (Fermiamo-il-Furto), ossia le elezioni che vengono rubate ai repubblicani e in particolar modo al loro leader. Difficile capire come i donatori credono che Trump, da ultra ricco come si professa, abbia bisogno di fondi dai suoi sostenitori.

Ma il potere della realtà fabbricata da Trump si estende mediante il suo linguaggio bellicoso che straripa nelle azioni violente dei suoi più fedeli sostenitori. Questi continuano a minacciare gli avversari politici del 45esimo presidente incluso i funzionari ai seggi elettorali incaricati di contare i voti. Due di questi funzionari della Georgia, Ruby Freeman and Shaye Moss, hanno subito tali minacce da vedere la loro vita in serio pericolo. La Freeman è stata consigliata dalla Fbi di chiudere il suo business e non ritornare ad abitare nella propria casa. Le due hanno deciso di denunciare Trump ed alcuni dei suoi collaboratori incolpandoli dei loro problemi.

L'ex presidente non è più al governo ma con la sua realtà fasulla, accettata dal suo partito, rappresenta un pericolo alla democrazia americana come ha indicato Biden nel suo recente discorso alla commemorazione degli assalti al Campidoglio. L'attuale presidente ha descritto i tragici eventi come una pugnalata alla democrazia. Il sistema ha retto questa volta. Succederà lo stesso o Trump sta preparando un secondo tentativo per porre fine alla democrazia al Paese come ha già fatto con il suo partito?

 

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

 

 

Liz Cheney: da trumpiana a attacchi frontali a Trump

 

Storicamente parlando il numero due alle primarie diventa quasi sempre il candidato del partito” alle prossime presidenziali. Lo ha detto il senatore Ted Cruz, repubblicano del Texas, il quale conseguì il secondo posto alle primarie repubblicane nel 2016. Gli attacchi personali fra i primi due della classe caddero a grappoli in quelle primarie. Alla fine Trump insultò non solo Cruz ma persino la moglie e il padre.

Dopo l'elezione di Donald Trump, però, il senatore del Texas dimenticò tutto e divenne uno dei più grandi sostenitori del suo acerrimo rivale. La stessa strada fu seguita da altri avversari di Trump. Nonostante avere ricevuto trattamento similmente offensivo alla fine fecero la pace, come nel caso di Lindsey Graham, senatore del South Carolina, divenendo anche lui grandissimo sostenitore di Trump.

Se a Cruz e Graham manca la spina dorsale, la parlamentare del Wyoming Liz Cheney invece la possiede. È stata eletta alla Camera nel 2016, lo stesso anno in cui Trump conquistò la Casa Bianca. Figlia di Dick Cheney, già vice presidente di George Bush figlio (2001-09), la Cheney è stata grande sostenitrice dell'ex presidente. Difatti, nel 2019 ebbe un battibecco con il senatore Rand Paul, repubblicano del Kentucky, perché ambedue si contendevano il titolo di “più trumpiano” dell'altro. Nei quattro anni alla Camera la Cheney ha approvato l'agenda politica di Trump con un voto del 92 per cento.

Con gli assalti al Campidoglio il 6 gennaio del 2021, però, la Cheney ha riconosciuto la colpa di Trump e la violazione alla costituzione dell'ex presidente. Ha dichiarato che il presidente aveva raggruppato un gruppo di sostenitori a Washington e aveva “acceso la miccia” per gli assalti che avrebbe potuto fermare ma non “lo ha fatto”. Per la Cheney, Trump non merita più la leadership del Partito Repubblicano e ha promesso che lei farà di tutto per impedirgli di ritornare alla Casa Bianca. Nel gennaio del 2021 ha votato con altri 9 parlamentari repubblicani alla Camera per il secondo impeachment di Trump (voto finale 232-197) il quale fu susseguentemente assolto dal Senato.

Per il suo linguaggio preciso e diretto, Trump l'ha presa di mira annunciando ai suoi sostenitori che la Cheney merita di essere “messa da parte”. I colleghi alla Camera, seguendo la linea di Trump, nel mese di gennaio provarono a toglierle il suo ruolo nella leadership dove occupava la carica di numero 3 senza però riuscirci. Con l'incalzante pressione di Trump su Kevin McCarthy, leader della minoranza alla Camera, un secondo voto le tolse la leadership nel mese di maggio. Inoltre, il Partito Repubblicano del suo Stato l'ha espulsa con un voto di 31-29. La Cheney ha dovuto anche spendere più di 58 mila dollari in sicurezza personale per le ripetute minacce di alcuni sostenitori di Trump. Ciò avviene non solo con lei ma anche con quei pochissimi repubblicani che hanno la spina dorsale di non accettare le falsità dell'ex presidente.

L'altro modo tipico di Trump per punire i “traditori” è quello di incoraggiare candidati a lui fedelissimi e sfidarli nelle primarie. È una strategia che causa paura poiché i fedelissimi di Trump possono essere decisivi per la vittoria repubblicana nelle primarie e la probabile vittoria all'elezione generale. Trump nel caso di Cheney ha già dato il suo endorsement a Harriet Hageman, ex membro della commissione nazionale del Partito Repubblicano. Gli ultimi sondaggi ci dicono che Hageman sconfiggerebbe Cheney (38 a 18 percento). L'esito potrebbe però cambiare soprattutto per la possibilità che elettori democratici scelgano di votare nelle primarie repubblicane ricompensando Cheney per il suo coraggio nell'affrontare Trump.

Se il campo di Trump, che domina anche se in maniera non assoluta il Partito Repubblicano, ha preso le sue distanze da Cheney, membri dell'establishment hanno invece apprezzato il suo coraggio. Il portavoce dell'ex presidente George W. Bush ha dichiarato alla fine del gennaio 2021 che il 43esimo presidente approva le azioni della Cheney e intendeva contattare il padre Dick Cheney per “ringraziarlo del servizio della figlia”. Paul Ryan, ex leader della maggioranza repubblicana alla Camera prima di McCarthy, la sostiene considerandola un valido membro del partito. Anche Mitch McConnell, che Trump ha anche preso di mira tentando senza successo di togliergli la leadership al Senato, ha espresso ammirazione per il coraggio della Cheney. Persino Lindsey Graham, nonostante il suo profondo supporto di Trump, ha dichiarato che la Cheney è “una delle voci più potenti e un'affidabile conservatrice” del Partito Repubblicano.

La Cheney, riflettendo l'ideologia del padre, è conservatrice per quanto riguarda l'economia e anche un falco in politica estera. Ciononostante, per il suo spirito di indipendenza e la sua visione accurata delle responsabilità di Trump, Nancy Pelosi, leader della maggioranza alla Camera, l'ha nominata vice capo nella Commissione che sta investigando le cause dell'insurrezione il 6 gennaio. Parlando in questa veste, la Cheney ha dichiarato recentemente che i responsabili degli assalti al Campidoglio potrebbero essere incriminati per aver “cercato di ostruire o impedire le procedure ufficiali del Congresso di contare i voti del collegio elettorale”. Pensava ad alcuni stretti collaboratori di Trump ma anche all'ex presidente, che da semplice cittadino dal 21 gennaio, ha perso l'immunità.

Trump non ha ancora annunciato che si ricandiderà alle elezioni del 2024 anche se continua a dare indicazioni di volere sfidare Biden di nuovo. Ci sarebbero ovviamente le primarie e sia Cruz che Cheney hanno già dato segnali che non abbandonerebbero il campo repubblicano all'ex presidente senza tentare di fermarlo. Cruz per ragioni di ambizione puramente politica, Cheney perché continua a mantenere la sua spina dorsale e il senso di giustizia.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

 

 

 

“Una buona soluzione al suo problema sarebbe di unirsi a noi. Sarebbe trattato con rispetto e nella maggioranza dei casi si troverebbe in sintonia con il suo nuovo partito”. Parla Mitch McConnell, leader della minoranza al Senato, in un'intervista alla Fox News mentre incoraggiava Joe Manchin, senatore democratico del West Virginia, ad abbandonare il suo partito e divenire repubblicano. Nella stessa rete conservatrice di Rupert Murdoch pochi giorni prima Manchin aveva annunciato che non poteva appoggiare il Build Back Better (BBN), il disegno di legge approvato alla Camera sulle infrastrutture “soffici”. I democratici speravano che Biden avrebbe convinto il ricalcitrante Manchin ad appoggiarlo. La Casa Bianca e i legislatori democratici alla Camera e al Senato avevano negoziato per mesi per convincere il senatore conservatore a votare per la nuova legge. Alla fine però Manchin ha fatto una decisione negativa annunciandola in una rete conservatrice senza però ottenere domande specifiche per la sua posizione. Il senatore ha però detto di averci provato ma che alla fine non può farlo, preoccupato “dall'inflazione” e il suo rifiuto di aggiungere al debito federale.

Evidentemente il nodo sarebbe la continuazione degli assegni familiari alle famiglie di basso reddito. Si è venuti a sapere più tardi che Manchin teme che questi soldi potrebbero essere usati per comprare stupefacenti. Il senatore richiederebbe limiti e anche la necessità di lavorare per riceverli. Queste idee riflettono ovviamente prassi repubblicane basate su poco più che la paura senza però tenere conto dei bisogni delle famiglie povere che in alcuni casi stentano anche a comprare abbastanza cibo. Secondo gli ultimi dati disponibili 11 milioni di bambini (1-18 anni) vivono in povertà. I gruppi più colpiti sono gli afro-americani (30 %), nativi americani (29 %), ispanici (23 %) bianchi (9 %). Con l'American Rescue Plan, approvato nel mese di marzo, vi sono stati notevoli riduzioni a queste cifre ma gli assegni scadrebbero senza il BBB.

L'annuncio ha sorpreso perché Manchin non avrebbe mantenuto la promessa fatta a Biden. La Casa Bianca ha reagito all'annuncio di Manchin con un cortese ma duro comunicato esprimendo la grande delusione. Alexandria Ocasio-Cortez, parlamentare democratica di New York e Bernie Sanders, senatore del Vermont, ambedue liberal, hanno espresso la loro delusione con parole poco dolci. Sanders in particolare ha sottolineato che i cittadini del West Virginia riceverebbero notevoli benefici non solo con gli assegni ai poveri ma anche con l'ampliamento dei benefici sul Medicare, l'espansione dell'assicurazione con Obamacare, e anche si farebbero notevoli progressi per investire sulle nuove energie green.

Manchin, piccola variazione di Mancini, il cognome dei nonni che all'inizio del secolo scorso immigrarono al West Virginia per lavorare nelle miniere di carbone, è riuscito fino ad adesso ad esercitare forti controlli sull'agenda di Biden poiché il suo voto è indispensabile per raggiungere la maggioranza. Questo potere di Manchin ha causato un giornalista a chiedere a Kamala Harris chi fra i due Joe fosse il vero presidente. La vice di Biden ha risposto con tono irritato, dovendo ovviamente difendere il suo capo. Da rilevare inoltre che nessuno dei repubblicani, rimanendo compatti sotto la guida di McConnell, sarebbe disposto ad approvare la nuova legge. Quindi tutti i 50 senatori democratici dovrebbero supportarla e con il voto della vicepresidente si arriverebbe alla semplice maggioranza di 51.

Manchin è conservatore ma rimane ufficialmente democratico. Ha vinto il suo seggio al Senato nel 2018 in uno Stato molto “red”, ossia conservatore. Si tratta di uno Stato in cui Donald Trump sconfisse sia Hillary Clinton nel 2016 che Biden nel 2020 con ampi margini. Manchin è riuscito a sconfiggere il suo avversario repubblicano Patrick Morrisey con un lieve margine di solo tre punti. Quindi un senatore democratico liberal non l'avrebbe probabilmente spuntata.

Attaccare direttamente Manchin potrebbe rivelarsi pericoloso per i democratici considerando il fatto che al Senato hanno la maggioranza grazie al suo voto. Il senatore Chuck Schumer, democratico di New York e leader della maggioranza al Senato, ha indicato che sottoporrà il BBB al voto. Ciò costringerebbe Manchin a venire alla luce del sole e votare pubblicamente contro, beccandosi l'ira dei cittadini del West Virginia, dove la legge è popolare. Beneficerebbe infatti il grande numero di cittadini poveri come giustamente sostiene Sanders.

Manchin, eletto da un totale di 290 mila voti, riuscirà a bloccare l'agenda di Biden eletto da 81 milioni di voti? L'attuale inquilino alla Casa Bianca crede di no. Le sue ultime dichiarazioni ci dicono che i due Joe continuano a parlare e che alla fine, sostiene Biden, si arriverà a un accordo. Almeno è quello che sostiene il Joe presidente anche se ha chiarito che adesso la priorità è il disegno di legge sul diritto al voto per contrastare le recenti leggi di parecchi stati “red” approvate recentemente le quali mettono ostacoli alla democrazia. Ma anche qui si avrà bisogno del supporto indispensabile di Manchin che non è garantito.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

 
Ultimo aggiornamento Mercoledì 12 Gennaio 2022 19:46
 

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