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Aerei USA colpiscono in Iraq PDF Stampa E-mail
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Notizie - Fatti
Martedì 31 Dicembre 2019 16:26

 

Paolo Mauri
30 DICEMBRE 2019

Il conflitto in atto tra Iran e Stati Uniti si inasprisce. La scorsa notte un raid aereo americano ha colpito cinque obiettivi in Iraq e in Siria appartenenti alle milizie Kataib Hezbollah, il ramo iracheno del “Partito di Dio” libanese strettamente legato a Teheran.

L’incursione, secondo fonti della sicurezza irachena, ha causato la morte di 25 miliziani ed il ferimento di altri 55 a seguito di tre ondate distinte di attacchi aerei che hanno interessato anche il quartier generale delle milizie, localizzato nell’area di al-Qaim, provincia di Anbar nel nord ovest del Paese al confine con la Siria, oltre a postazioni della 45esima e 46esima brigata. Sempre secondo la stessa fonte irachena nei bombardamenti sarebbero rimasti uccisi almeno quattro comandanti delle milizie Kataib Hezbollah.

I raid sono stati effettuati in risposta all’uccisione, lo scorso venerdì, di un contractor americano durante uno dei numerosi attacchi con razzi che hanno messo nel mirino le postazioni militari e le infrastrutture americane in Iraq negli ultimi mesi. Il portavoce del Pentagono, Jonathan Hoffman, ha riferito che gli obiettivi includevano depositi di munizioni e posti comando utilizzati proprio per effettuare gli attacchi dei mesi scorsi.

I vertici Usa esprimono soddisfazione: il segretario della Difesa Mark Esper ha definito l’azione “un successo” e ha riferito di aver discusso col presidente Trump la possibilità di intraprendere “altre opzioni” per “scoraggiare possibili attacchi futuri alle forze Usa” aggiungendo anche che “scoraggeremo nuove azioni delle milizie o dell’Iran”.

Ancora più diretto nell’accusare Teheran è stato Mike Pompeo. Il segretario di Stato ha infatti detto che “quanto abbiamo fatto è stato dare una risposta decisiva che mette in chiaro quello che il presidente Trump è andato ripetendo per mesi e mesi, ovvero che non permetteremo alla Repubblica Islamica dell’Iran di intraprendere azioni che mettano a repentaglio la vita di uomini e donne americani”.

Gli antefatti

Oltre al già citato attacco con razzi che ha causato la morte del contractor americano ed il ferimento di altro personale militare Usa ed iracheno nei pressi di Kirkuk, uno dei distretti petroliferi dell’Iraq, i mesi scorsi sono stati caratterizzati da diversi attacchi verso il personale e le installazioni Usa nel Paese pur senza aver causato vittime.

Il 19 giugno un razzo è esploso nei pressi di un pozzo petrolifero della Exxon-Mobil nei pressi di Bassora, nel sud dell’Iraq; il 17 luglio Camp Taji, una base Usa a nord di Baghdad, è stata colpita dal fuoco di razzi Katyusha ed il 28 ottobre è stata fatta segno da colpi di mortaio. L’8 novembre ancora razzi sulla base di Qayyarah, vicino Ninive, il 4 dicembre la base di Ain al-Assad, centro nevralgico delle Forze Speciali americane, è stata colpita da cinque missili, infine il 5 dicembre è stata la base aerea di Balad, vicino alla capitale, ad essere al centro del mirino di attacchi che l’intelligence americana ha individuato come portati proprio dalle milizie Kataib Hezbollah.

Questa serie di incursioni fanno parte di uno scenario generale di instabilità nel Paese, che è diventato il nuovo fronte dove si contrappongono i proxy di Washington e Teheran. Le violente proteste popolari anti-iraniane che hanno infiammato l’Iraq per settimane, hanno fatto da sfondo ai diversi attacchi e alle incursioni – mai confermate del tutto – di Israele. Tali sommosse sarebbero state orchestrate (con successo) proprio da Washington per cercare di limitare la penetrazione iraniana nel Paese e soprattutto il consenso che ne deriva: i sentimenti antiamericani in Iraq non si sono mai sopiti e Teheran ne sta cavalcando l’onda per cercare di smuovere il governo di Baghdad nelle direzione di una rottura con Washington.

Rottura che gli Stati Uniti non si possono permettere: ci sono, infatti ben 13 basi americane in Iraq – da Falluja a Balad, da Baghdad a Ninive – ed il Paese rappresenta il fulcro della strategia americana in Medio Oriente, pertanto una crisi che dovesse portare il governo iracheno, a maggioranza sciita, a decidere di porre fine alla presenza militare Usa sul proprio territorio è assolutamente inaccettabile.

Iran – Usa: un “non conflitto” sempre più ampio

Il raid di domenica delle forze aeree americane segna un cambio di rotta nella strategia Usa. Se dapprima Washington si è dimostrata cauta, evitando di rispondere militarmente ai numerosi attacchi che abbiamo già elencato e anche bacchettando il suo alleato israeliano per la campagna di bombardamenti che hanno coinvolto l’Iraq, ora il vento alla Casa Bianca è cambiato.

Le sommosse popolari anti-iraniane si sono esaurite senza particolari sconvolgimenti, proprio perché lo stesso governo iracheno sembra essere sempre più mal disposto verso la presenza americana rispetto a prima proprio a causa dello scontro tra Stati Uniti e Iran, nato a seguito del ritiro Usa dal Trattato sul nucleare iraniano (il Jcpoa).

Diventata non praticabile la strada “non convenzionale” per il sovvertimento dello status quo in Iraq, è chiaro che a Washington non sia restato che passare all’azione militare diretta per cercare di estirpare la presenza iraniana nel Paese, garantita proprio anche dalle milizie di Kataib Hezbollah. Azione che è stata duramente condannata da Teheran che ha bollato l’attacco come “un chiaro esempio di atto terroristico”.

Pertanto ora le posizioni di Washington e Tel Aviv per quanto riguarda le azioni per frenare l’espansionismo dell’Iran nell’area mediorientale potrebbero collimare in tutto e per tutto e le reprimenda per i bombardamenti in Iraq della Heyl Ha’Avir (l’aeronautica israeliana) della scorsa estate saranno presto dimenticate.

L’Iran però non è solo. L’esercitazione navale che si è tenuta nel Golfo di Oman che per la prima volta ha visto partecipare Russia e Cina insieme alla marina di Teheran, è la dimostrazione che gli Ayatollah possono contare su Mosca e Pechino ed è pertanto un chiaro e limpido messaggio a Washington: “non potete strangolarci”.

Il gioco è però pericoloso, soprattutto per gli enormi interessi strategici in ballo: la Cina non pensa solamente a contrastare gli Stati Uniti in chiave locale, che pur resta importante trattandosi del Golfo Persico e dei mari limitrofi, ma guarda alla possibilità di inglobare l’Iran nella sua rete della Nuova Via della Seta; la Russia, che ha come sola tattica quella di infilarsi là dove possibile a causa della lunga fase di transizione che sta vivendo, non si è fatta scappare l’occasione per riallacciare i rapporti con un “alleato” ambiguo come l’Iran proprio per inserirsi direttamente in un teatro che la vedeva ai margini, se non del tutto esclusa.

Questi impegni, che per il momento non sono strettamente vincolanti, rappresentano però un legame che potrebbe annodarsi sempre più sino a strangolare l’Iran che potrebbe essere, un domani, costretto a cedere sovranità come avvenuto per la Siria. Questa è un’opzione che potrebbe diventare reale in due modi: il primo, quello soft, che vede la penetrazione commerciale (non solo cinese) tramite la costruzione di infrastrutture o l’acquisizione delle stesse, come la Cina sta facendo già altrove; il secondo, più estremo, in caso di conflitto, anche locale (ad esempio contro l’Arabia Saudita o in una guerriglia aperta in Iraq) che vedrebbe il possibile intervento di Russia o Cina in caso di tentativo di rovesciamento del regime degli Ayatollah.

Fonte: https://it.insideover.com/guerra/gli-stati-uniti-colpiscono-le-milizie-irachene-legate-a-hezbollah.html?utm_source=ilGiornale&utm_medium=article&utm_campaign=article_redirect


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