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Domenica 17 Novembre 2019 00:04

 

TERRORISMO / Lorenzo Vita
16 NOVEMBRE 2019

Gli Stati Uniti posano gli occhi sull’Africa, in particolare su Libia e Sahel dove, a detta del Dipartimento di Stato americano, i terroristi dello Stato islamico stanno creando le premesse per la ripresa delle attività del Califfo. Il monito di Washington è chiaro, e le parole di Nathan Sales, coordinatore dell’anti-terrorismo al Dipartimento di Stato, a La Stampa, non lasciano dubbi: “L’Isis è forte in Libia, soprattutto nelle regioni meridionali, e anche i gruppi legati ad al Qaeda si stanno consolidando nel Paese. Noi intendiamo moltiplicare gli sforzi, tanto contro i terroristi, quanto per aiutare le autorità locali”. Un annuncio che aiuta anche la strategia italiana, visto che da sempre il nostro Paese chiede agli Stati Uniti e alla Nato di concentrarsi sul fronte nordafricano, dove il conflitto libico e la vicinanza all’inferno del Sahel preoccupa (e non poco) la nostra intelligence e tutto il sistema di sicurezza italiano ed europeo.

Per gli Stati Uniti la questione è più complessa di quanto sai possa credere. La Libia non ha mai interessato particolarmente le amministrazioni americane, sia quella guidata da Barack Obama (che pure ha contribuito a fa cadere Muhammar Gheddafi) e tanto meno quella guidata da Donald Trump che dalle guerre in Medio Oriente e Nord Africa non vede l’ora di andarsene. Il messaggio dell’uccisione di Abu Bakr al Baghdadi arrivato a pochi giorni dall’annuncio del possibile ritiro americano dalla Siria (che è stato in particolare una rimodulazione delle forze in Medio Oriente) doveva servire come certificazione per tutti gli attori in campo. il Pentagono lasciva campo libero ad altri interpreti del grande gioco siriano. Ma tra il ritiro previsto e quello effettuato, di mezzo c’è la permanenza di un contingente di circa 500 uomini delle forze Usa che controlleranno il nord-est e la spartizione, inevitabilmente, del petrolio siriano.

Ma mentre in Siria gli Stati Uniti sono presenti da anni e hanno avuto una Coalizione a loro seguito, in Libia la situazione è più sfumata e per certi versi anche più complessa. Alleati di Washington combattono sia con il governo di Tripoli sia con le forze di Khalifa Haftar. E gli interessi si intersecano in un nodo inestricabile. A tal punto che anche in Libia, come avvenuto in Siria, la Russia può iniziare a giocare un ruolo da playmaker grazie alle divisioni tra forze teoricamente alleate e che invece si contendono tutto il territorio libico. Uno scenario che potrebbe anche fare gli interessi di Trump, che da quella guerra, come da tutto lo scacchiere, vorrebbe mandare via i suoi uomini e dirottare i fondi altrove, ma che resta un ennesimo incubo per Pentagono e strateghi americani, preoccupati dall’idea che Vladimir Putin possa prendersi le redini di un conflitto che aveva l’obiettivo – al pari di quello siriano – di scalzare l’influenza di Mosca dal Mediterraneo allargato. La caduta di Gheddafi doveva essere infatti il preludio a quella di Bashar al Assad. La storia non si è ripetuta, ma il sistema doveva essere più o meno simile nei piani occidentali. E adesso, mentre in Siria di fatto è impossibile scalzare Assad e la presenza russa si rafforza, in Libia le cose procedono a rilento e con forti perplessità da parte dell’amministrazione americana.

Da che parte stare? È questa la domanda di Washington, che da tempo ha pensato che l’unico modo per rimediare al pantano libico sia quello di sfruttare le Nazioni Unite e gli ormai fantomatici piani di Ghassan Salamè. Gli stessi su cui fa affidamento l’Italia, che spera che da Casa Bianca e Palazzo di Vetro arrivi il segnale per ripristinare un ruolo di Roma dopo che l’avanzata del generale Haftar ha di fatto annichilito la forza di Fayez al Sarraj, trasformando lo scontro libico in una sorta di guerra mondiale in laboratorio da cui l’Italia è uscita già con le ossa rotta. Una sconfitta che è iniziata nel 2011 e che prosegue ininterrotta fino a oggi. In questo, l’appoggio Usa potrebbe essere fondamentale. Ma la domanda è un’altra: gli Stati Uniti appoggeranno un Paese come l’Italia se dall’altra parte c’è una Francia sempre più dinamica nelle missioni estere e che in Nord Africa e Sahel ha già uomini, mezzi, rapporti e basi militari?

Difficile dirlo. Di certo c’è che gli Usa gli occhi sulla Libia li hanno rimesso. Il fatto che Washington voglia impegnarsi a Tripoli è un segnale chiaro. E quell’avvertimento sullo Stato islamico è estremamente importante per giustificare un maggiore coinvolgimento nella guerra fra le diverse fazioni nordafricane. Non è un caso che proprio ieri, lo Stato islamico in Libia abbia pubblicato immagini di miliziani che giurano fedeltà ad Abu Ibrahim al Hashimi al Qurashi, il successore di al-Baghdadi. La sigla che appare nelle immagini è quella della “Wilayat Barqa” la provincia dell’Isis in Cirenaica. Un segnale importante perché in quella stessa regione fu un saudita, nel 2014, a giurare fedeltà al califfo. Ma importante anche perché proprio in Cirenaica sono concentrate le forze di Haftar e operano anche uomini d’élite francesi e (come riportato da alcune inchieste) anche contractors russi vicini all’Esercito nazionale libico. Se il mirino americano si sposta sull’Isis in Libia e, contemporaneamente, l’Isis annuncia il suo giuramento al nuovo califfo in Cirenaica, qualcosa vorrà dire. Evidentemente gli Stati Uniti, così come avvenuto in Siria, non possono arretrare. L’Italia è avvertita: lo Stato islamico potrebbe rafforzarsi a poche centinaia di chilometri dalle coste della Sicilia e Washington sa di poter essere un aiuto fondamentale. Ma al Pentagono e alla Casa Bianca sono stati già molto chiari: l’Italia deve garantire qualcosa.

Fonte:https://it.insideover.com/terrorismo/gli-stati-uniti-puntano-la-libia-e-in-cirenaica-si-risveglia-lisis.html?utm_source=ilGiornale&utm_medium=article&utm_campaign=article_redirect


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