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Notizie - Politica
Lunedì 28 Novembre 2016 21:08

Ecco il grande risiko del voto

Renzi al centro dei giochi: se trionfa elezioni subito, se perde si va al proporzionale, come vuole Berlusconi

Roberto Scafuri  - ilgiornale.it

«Dilegua, o notte! Tramontate, Cinque stelle! All'alba vincerò! Vincerò! Vincerò!». Alba del 5 dicembre, lunedì prossimo. Un'Italia algida e disincantata, forse persino sanguinaria come la Turandot pucciniana, avrà deciso a chi concedere il cuore.
Con il metodo folle dell'indovinello, un referendum plebiscitario: un Sì o un No a una riforma sbilenca che si tradurrà, per somma megalomania, nel Sì o un No alla persona, al suo potere, alla «cricca» dei favoriti. C'è da aver paura, ma non dei mercati finanziari.

Che cosa accadrà davvero? Come distinguere il vero dal falso, nella martellante propaganda renziana? Importante tener conto dello scenario: ci sono da chiudere ancora la legge di Stabilità, nonché la partita delle ricapitalizzazioni bancarie (Mps e Unicredit, 18 miliardi di euro in ballo). Un vuoto di potere non agevolerebbe. Come dar credito, allora, alle voci messe in giro da Matteo Renzi su un suo disimpegno in caso di tonfo? Il premier vuole e vorrà tenere in mano il boccino: questo è il secondo punto fermo. Sarà comunque la misura del risultato, il bilancino con il quale verrà misurato, al Quirinale, l'entità del «cambio di verso». Con un'avvertenza: formalmente toccherà al presidente Sergio Mattarella prendersi la responsabilità ultima delle decisioni, però la volontà del vincente (o perdente) Renzi sarà determinante. Anche perché non sembra facile potersi attendere dall'attuale inquilino del Colle quel decisionismo spinto che farà, anche nel dopo-voto, di Giorgio Napolitano ancora un king-maker di peso. A favore o contro Renzi, si vedrà in base al risultato.

Una vittoria larga del Sì chiuderebbe molti giochi. La cavalcata vincente di Beppe Grillo sarebbe azzoppata, quasi certamente senza possibilità di rivincita. Per certi versi, è lo scenario meno gradito a Bruxelles, dove si dubita delle doti di moderazione dell'ex sindaco fiorentino. Con la protervia di un successo, di una scommessa personale vinta a dispetto delle difficoltà incontrate invece da ogni governante in ogni Paese, Renzi sarebbe invogliato ad alzare ancor di più la voce. Probabilmente anticiperebbe le elezioni a primavera, forse a marzo, per dare immediato seguito alle architetture tracciate dalla sua riforma. Un ritocchino (forse) all'Italicus e via: un'autostrada che lascerebbe a terra oppositori interni ed esterni per anni.

Non a caso il premier ha già fatto trapelare, assieme ai messaggi basati sulla paura del dopo, che il suo sarà un «gioco rapido». Sulla velocità batte tutti, e sarà questa la ciambella di salvataggio anche in caso di naufragio. Le anticipazioni allarmistiche hanno un senso: «Non galleggerò, niente governicchi, no al governo tecnico». Quest'ultima eventualità sarebbe concretamente prefigurabile solo davanti a un assalto delle speculazioni finanziarie. Il nome fatto circolare dai renziani è quello di Pier Carlo Padoan, anche qui non casualmente (fa capire che il problema incide sulle tasche). Renzi resterebbe leader del Pd, continuerebbe a dare le carte. In alternativa, c'è Carlo Calenda in in virtù della sua obbedienza cieca al Capo e delle relazioni Ue. Ma la situazione, con un Renzi repentinamente dimissionario e l'apertura di consultazioni con le forze politiche, potrebbe anche complicarsi. A quel punto, il premier potrebbe spingere per una soluzione intermedia e comoda, gestita a palazzo Chigi dal presidente del Senato, Piero Grasso. Se il No trionfasse, però, il peso delle opposizioni lieviterebbe. Il leghista Matteo Salvini e Beppe Grillo spingerebbero per elezioni anticipate: i necessari ritocchi alla legge elettorale li farebbe un governo transeunte (Grasso). Più sonora la sconfitta, meno Renzi conterebbe. Per questo, sia nel Pd che andrebbe alla conta interna sia per il governo, due leader in pectore (ma assai guardinghi e prudenti) già scalpitano per raccogliere le spoglie di un Matteo abbattuto: Dario Franceschini ci lavora da tempo, Andrea Orlando è l'astro nascente che consentirebbe soprattutto al Pd di gestire una situazione a dir poco drammatica.

La realtà, però, sa essere anche più semplice. La vittoria del Sì o del No sarà di poco, e poco alla fine cambierà. È la puntata vincente di Silvio Berlusconi che si propone come padre di una nuova legge elettorale in senso proporzionale. Con il No vittorioso, sarebbe il ritorno al sistema che ha saputo rispondere meglio alla struttura della Costituzione vigente. Con il premier Renzi «azzoppato», ricondotto a più miti consigli, serenamente si attenderebbe la scadenza naturale della legislatura. Allo stesso modo, un lieve prevalere del Sì non cambierebbe il quadro. Sarebbe da temere piuttosto la solita irruenza dell'ex rottamatore. Renzi vorrebbe far passare la striminzita vittoria per trionfo, e aprire i regolamenti di conti in sospeso specie nel Pd (già annunciato un congresso in primavera), destinato in quel caso a scindersi per assumere le vesti di «partito del Capo». Le elezioni (non da escludere l'anticipo) ne sancirebbero peso e portata. La Turandot-Italia potrebbe liberarsi, allora, del principe ignoto. Ma domenica, se vuole, può già tagliargli le gambe.

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